Starbucks in Italia
Stando a quanto riportato dal blog Kir’ Shara (il quale, a sua volta, ha appreso la notizia da radio 102.5) nel corso del 2007 Starbucks avrebbe intenzione di diffondersi a macchia d’olio all’interno del nostro paese, in Italia.
Non so voi ma penso proprio che nonostante lo scetticismo iniziale di molti l’azienda potrebbe avere un futuro anche qui, in Italia, dopotutto se non piace il caffè lungo o americano si può sempre ripiegare sulle tante alternative offerte, quali Caramel Macchiato, Frappuccino, etc. etc.
Speriamo che la notizia non sia falsa….



26 Responses to “Starbucks in Italia”
Spero che sia tutto vero, ma credo che Starbucks in Italia nn avrebbe commercio perchè molti italiani nn sarebbero disposti a spendere 2 euro e 50 per un frappuccino…. nn perchè nn sia buono, sono gli italiani che sono attaccati troppo alle loro abitudini e nn vogliono ne sperimentare ne cambiare, o comunque sia preferiscono spendere la stessa cifra in caffè espresso da bere al bar!
Che bella notizia. Spero che venga confermata. Certo sarà dura per gli scettici italiani amanti del single shot accettare plastic mugs o tall latte. Ma credo che iniziando a diffondersi nelle città più turistiche sia un buon punto di partenza.
Caramel macchiato forever
sto cercando di prendere contatto con la starbucks per il franchising qua in italia… qualcuno sa darmi una mano? o un contatto? vorrei aprire nelle zone di firenze livorno pisa e lucca.
Grazie a tutti e complimenti per il sito!!
Frappuccino Forever
Anche il sottoscritto ,gia’ proprietario di negozio , folgorato dall’ambiente Starbuks , desidererei stringere contatti per eventuale apertura !
Il sogno sarebbe in Milano centro ma tant’e’ che probabilmente in HINTERLAND sarebbe piu’ indicato ! Almeno per i costi!
grazie
davide
ps:muffing e frappuccino per tutti !
Ottima notizia..
PS: fantastico questo blog.. sono anche io un fan!
E’ sempre e solo una questione di gusti, lo sappiamo tutti: “un espresso, per favore”! “Per me un americano, grazie”, frasi recitate milioni di volte al giorno, in bar, ristoranti e coffee points di tutto il mondo; con tutte le variazioni sul tema, questo è chiaro: corretto, molto ristretto, con acqua calda a parte, e chi più ne ha più ne metta. Perché anche il caffè sta cambiando immagine, come tutti i prodotti di consumo, moltiplicando i propri modi di esser consumato, sorseggiato e gustato…dal brusco gesto di un business man in ritardo che ingurgita una tazzina formato Barbie in due secondi netti, espressamente (Illy?!), a chi invece dedica alla propria pausa un po’ più di tempo, forse utilizzando questo antico intruglio nero più come scusa per una dolce pausa che altro.
Il caffè come i panini, insomma: la sua globalizzazione, la sua estensione a livello mondiale non ci deve spaventare, e questo lo diciamo soprattutto rivolgendosi ai nostalgici italiani della tazzina e della moka che inorridiscono ogni volta che, recandosi all’estero, trovano il loro intruglio un po’ meno nero e un po’ più annacquato del solito, e sono sempre indecisi se lasciarne lì metà per il solo gusto di snobbare una tradizione chiaramente diversa dalla nostra: una tradizione, per esempio, dove il cappuccino si prende come bevanda che accompagni un pasto caldo, o dove il caffè ha più la parvenza (e la stessa quantità, se non maggiore) di una tazza di thé nero che di tossico espresso concentrato. E con questo non vogliamo metter in cattiva luce la nostra fama, già arci-nota in tutto il mondo, di amanti del caffè espresso, ma semplicemente ricordare al signor Andrea Illy che è inevitabile il moltiplicarsi delle modalità di assunzione della bevanda che lui si ostina a rivendicare come tipica italiana –qualcuno gli hai mai detto che le piantagioni di caffè non hanno mai trovato terreno fertile nel nostro paese?-.
La globalizzazione ha già conquistato anche il mondo del caffè, e di certo è inutile, nonché improduttivo, prendersela per un uso “improprio” dei termini “espresso”, “latte” o “frappuccino” dal momento che anche gli italiani usano, ancora più impropriamente, una quantità spropositata di inglesismi; e poi, perché farne una questione di proprietà linguistica, quando il vero motivo che giace sotto alla questione è che l’italiano medio si sente colpito nell’orgoglio quando il caffè non corrisponde alle proprie “ristrette” aspettative? Cosa dovrebbe dire dunque un inglese in vacanza in Italia quando, ordinando un Earl Grey all’ora del thé in un bar elegante del centro di Milano, si vede arrivare una teiera mezza piena, o ancor peggio, una tazzina (da caffè) appena riempita di acqua calda?
Paese che vai, gusto che trovi…Peccato però che gli italiani debbano trovarsi in terra straniera per compiere il sacrilego gesto di gustare un buon caffè in un bicchiere di cartone marchiato Starbucks o per assaporare un cremoso e appagante “Frappuccino” -termine ibrido, a detta del nipote Illy, poiché identifica il cappuccino con una bevanda che non ha niente a che vedere con quella tipica italiana. Questo si chiama orgoglio nazionale: dov’è la tanto auspicata massificazione dei prodotti di consumo, a cui Andrea Illy punta nel diffondere i suoi coffee-points in tutto il mondo, se la scambio tra paesi non è equo…e solidale? Perché un americano può, nel proprio paese, sorseggiare caffè delle pregiate torrefazioni triestine da una tazzina –dobbiamo ammetterlo- dal simpatico design, quando un italiano deve auto-esiliarsi in Svizzera per concedersi la più vicina pausa Starbucks?
Il problema va però oltre il semplice paragone tra tazzina in ceramica e cartone usa e getta –che rimane comunque più igienico-; va oltre la quantità più o meno generosa di liquido servito: qui si tratta di una concezione del luogo pubblico che in Italia fatica ancora ad arrivare (non è mai arrivata, a dir la verità), concezione per cui la tanto ambita e amata pausa caffè cambia volto, soddisfando anche chi preferisce thé, frappé, dolcetti, o addirittura quel mix proibito di frappé e cappuccino chiamato scherzosamente “Frappuccino”…Ma non solo: questi nuovi coffee shops americani (i.e., Starbucks), che Illy definisce suoi concorrenti globali inducendoci a pensare ad essi come ad anonimi fast-food, sono così accoglienti, sia d’immagine che di fatto, che il consumatore che ben li conosce non può far a meno di apprezzarli.
Punteggiano letteralmente le città come tanti luoghi di approdo, costeggiando i più svariati percorsi del consumatore-tipo: ci si può fermare andando al lavoro, sostando da turista, tra uno shopping e l’altro…. Creati per una vita metropolitana, dove la pluralità di usi e consumi è ormai all’ordine del giorno, sono presenti anche nelle città di medie dimensioni: l’idea è infatti che, come i fast-food, si adeguino ai gusti e alle esigenze di tutti (possibilità di consumare in-loco o take away, grazie ad un rapido servizio ed ai comodi bicchieri d’asporto con coperchio); con la piccola differenza, che fa la differenza, di un atmosfera ben lontana dai frenetici fast-food, dove anche chi consuma seduto si abbuffa in poco tempo e scappa in un batter d’occhio. Non c’è niente di “fast” in chi si rilassa su una poltrona della catena Starbucks aspettando semplicemente la propria decisione di alzarsi ed andar via, indipendentemente da quando si è terminata la consumazione…Niente di “fast” quando si può decidere di studiare in un luogo pubblico che non sia una biblioteca, sorseggiando una tazza di caffè in totale tranquillità e tuttavia mai in solitudine…Niente di “fast” quando ci viene offerta la possibilità di connetterci a internet o leggere un libro –anche in prestito dal punto vendita-, accoccolandosi sulla poltrona quasi come se ci si trovasse nel proprio salotto di casa…E soprattutto, niente “food” dei fast-food, perché Starbucks conduce da anni una politica di Fair Trade tesa a solidarizzare con i produttori di caffè e a favorirli nella scelta del prezzo più equo per entrambe le parti. (fonti: www.starbucks.com/aboutus/StarbucksAndFairTrade.pdf).
Non stiamo cercando di difendere a spada tratta gli interessi e l’immagine di questa catena: è una multinazionale, e come tutti i mercati che rientrano in questa categoria, e non solo, è soggetta a logiche di profitti gestionali, economici, politici e di valuta. Tuttavia, in una società che non può più prescindere dai consumi di massa, è poco furbo non scovare, all’interno di questo fosco groviglio della legge di domanda e di offerta, qualcosa che ancora sia capace di salvare alcuni valori sociali, etici e umani: uno spazio pubblico multifunzionale che ricalca una concezione già presente in molti paesi stranieri, per cui si può vivere il luogo di studio-lavoro (università attrezzate e sempre aperte), studiare e lavorare in un luogo vivo (mediateche, musei interattivi) e fondere infine il tutto in uno spazio la cui valenza aggregativa è spesso sottovalutata, soprattutto nel nostro paese (i.e., Starbucks).
Per questo, le sottili ma taglienti prese di posizione del signor Andrea Illy nei confronti dei colossi americani in questione ci sembrano un po’ azzardate e fuori luogo, e ci pare che vadano oltre il semplice confronto di mercato o le abitudini di consumo di ciascun paese; il suo tentativo passato di proteggere legalmente il termine “espresso”, come se fosse un marchio anziché un nome comune dato dal nonno Francesco nel 1930 alla nuova modalità di preparare la bevanda, ci sembra, oltre che ridicolo, una pericolosa presa di posizione del tutto italiana. Il nostro paese ne esce rigido nelle sue abitudini alimentari e sociali, orgogliosamente nazionaliste, e di conseguenza restio ad accogliere una nuova proposta di spazio urbano che, pur essendo cresciuta ormai a scala globale, riesce tuttora nell’intento di salvare una propria immagine individuale, simbolica e di qualità.
Purtroppo e’ facile parlare di consumismo quando si citano le grandi catene ristoratrici, quando la domanda è effettivamente elevata e la produzione è all’altezza di rispondere a dovere: tuttavia, perché generalizzare la ben nota etica consumistica americana a tutto ciò che l’America sforna, riferendosi a tutti i suoi prodotti con un’accezione espressamente negativa? Illy si vanta nel contrapporre a una logica per lui massificante e commerciale la sua idea di installare esclusivi Illy bar in tutto il mondo, a partire proprio dagli Stati Uniti: ci preannuncia che questi punti vendita chiamati “Espressamente” –il nome non ci meraviglia- saranno vere e proprie boutiques di moda, con arredi di grido e location di primo piano, e che combatteranno insieme agli altri piccoli produttori italiani, Segafredo e Zanetti, per diffondere i gusti e i marchi del nostro paese.
Fin qui, strategie di mercato: piccole e grandi catene, concorrenza di prezzi e di prodotti; tuttavia facciamo attenzione, caro Signor Illy, all’immagine di un marchio che, come dichiara lei, ricalcherà lo stesso approccio di Gucci o Armani nel confronto con le altre boutique di moda: non solo si parla di caffè e non di vestiario, ma anche la trita e ritrita figura di un’Italia culla mondiale della moda gioca un ruolo infertile nel far breccia sul consumatore medio di caffè: evitiamo di ricadere sempre nei clichés che fanno dell’Italia un paese che ama cristallizzarsi nella propria immagine senza mai saperla rinnovare: al di là dei gusti e degli interessi economici, giace infatti un terreno che, pur senza dover rinunciare alle proprie tradizioni, richiede a gran voce di esser aperto non tanto ad un’inutile massificazione del lusso, come dichiara Illy, bensì ad un’apertura dello spazio pubblico in grado di richiamare le masse verso una pluralizzazione e una multifunzionalità del luogo di aggregazione; solo così, forse, potremo compiere quel lento cammino che ci porta a sentirci cittadini del e nel mondo anche a casa nostra, senza calpestare per questo la nostra identità italiana.
Non basta un caffè espresso a renderci italiani: questo, almeno a noi, risulta chiaro.
complimenti. allibito.
a me questo lunghissimo commento pare solo di un americano che vuole diffamare Illy. in tutto il tuo articolo te la prendi con illy come se fosse un satanico nemico di starbucks! cosa c’entra???
poi devo fare un altro discorso: la cosa che rende bello il mondo è indiscutibilmente la varietà e la diversità fra luoghi e luoghi, in ogni campo: in quello culinario, è bello andare in francia e mangiare qualche buon formaggio o vino, andare in giappone e assaggiare il sushi, e milioni di altri esempi. ed è bello sapere che ai francesi piace la loro cucina, e ai giapponesi piace il sushi… cosi è certo che sopravviverà questa tradizione. e l’italia è famosa per i propri bar, a migliaia e ovunque in italia, gestiti da piccoli imprenditori. questi sono già dei luoghi, diversi uno dall’altro perche ognuno indipendente dall altro e non in franchising, dove gli italiani prendono il caffè, leggono il giornale, si prendono una pausa… quindi questo servizio c’è già in italia, non c’è bisogno che starbucks ce lo porti in italia. io sono stato in parecchi starbucks, ed è indiscutibilmente migliore l ambiente rispetto a mcdonald’s e altri fast-food, ma è molto piu anonimo di quanto non sia un normale bar. quindi se starbucks arriva in italia, se riuscirà a diventare grosso, adottando strategie intelligenti, metterà in serio pericolo i bar indipendenti, che per altro sono gli ispiratori di starbucks. quindi se si espanderanno a macchia d’olio, come voi sperate, l’italia da questo punto di vista si appiattirà, e non sarà più distinguibile da qualunque altro posto nel mondo. cosi nessun turista tornerà dall’italia col ricordo di bar piccoli e accoglienti, molto particolari, tanto gli starbucks in italia saranno identici a quelli giapponesi, francesi, americani, inglesi… non credi che sia un danno enorme? e questo è solo un pezzo di una enorme catena di uniformazione mondiale che puo far perdere ogni costume e tradizione nostra, solo perche le multinazionali sono molto organizzate e aggressive. se tutte le nostre tradizioni fossero soppiantate da quelle delle multinazionali, allora perche viaggiare? tanto se sono americano e vado in italia, mangio mcdonald’s, fotografo qualke bel monumento, ma da solo non fa cogliere l’atmosfera italiana, poi x merenda starbucks, cena da kfc, albergo della western union, bevo coca cola, parlo inglese tanto qui lo devono sapere, guardo un telefilm americano ank se non capisco la lingua, festeggio halloween….tanto valeva stare a casa, o andare in francia, o in giappone, o ovunque, tanto facevo le stesse cose che facevo anche a casa!
e quindi? va bene, acclamiamo starbucks e questo tanto amato frappuccino, che pare indispensabile alla vita di ogni individuo che l’abbia mai assaggiato, beviamo il caffe nella plastica… poi vedrete come puo finire se questo meccanismo viene applicato anche in altri settori, come sta accadendo..
ma beato te che hai tutti questi bar di qualita’ intorno. Io solo adesso li vedo spuntare. Tradizione italiana? Forse la stiamo sfruttando solo adesso e quindi dopo starbucks
Caro Italico,
vorresti cortesemente illuminarci sull’ubicazione di questi idilliaci baretti accoglienti in cui è possibile sorseggiare caffè, tea o qualsiasi altra bevanda in santa pace senza che un cameriere o il proprietario ti ronzino intorno sollecitandoti, tacitamente, a liberare il tuo tavolino per i prossimi clienti?
Con un bimbo piccolo e le esigenze a lui legate, non mi è mai, e sottolineo MAI, capitato in Italia (viaggio molto) di poter sostare in un bar tutto il tempo necessario anche eventualmente per farlo riposare. Al contrario da Starbucks, pur senza consumare (cosa che cmq non faccio mai), si ha la grandissima comodità di prenderti il tuo tempo e rilassarti. A Londra, Berlino, Parigi, New York, L.A, mai nessun cameriere mi ha guardato con aria infastidita perchè il mio bimbo dormiva beatamente nelle poltroncine!!!!
Volevo aggingere ancora un’altra cosa, ma in Italia il caffè non era sinonimo di relax e pausa? Mi sembra che gli americani se la godano più a lungo questa pausa; da noi la pausa caffè è “fast”, o sbaglio?
In a nutshell, God bless Starbucks
Una sola curiosità: si è parlato della socialità del caffè, dei coffepoints, etc., ma non mi pare che si sia detta la cosa più semplice. Il gusto del caffè. Tutto ruota intorno a questo. L’aroma del caffè degli italiani si è formato nelle cucine di famiglia, con la caffettiera sul fuoco. Io non ho trovato così buono lo Starbucks bevuto a Zurigo. Meglio il locale del prodotto, direi. Il gusto si forma nell’infanzia. Perciò che molti italiani trovino poco gradevole uno starbucks, lo trovo naturale. Ad ogni buon conto ben venga Starbucks in Italia, credo che farà la fine di McDonald’s, non riuscirà a monopolizzare il mercato. Chi preferisce bere caffè in uno starbucks a Dubai, anziché provare un caffè locale, mi sembra destinato a voler consumare starbucks a Shanghai o a Oslo. Ma la realtà locale, esiste? O tutto il mondo è solo un gigantesco starbucks? Infine chiedo a Gaia, combattere tanto Illy per affermare con vigore religioso Starbucks, perché? Non ne vorrei fare una questione di fede o schieramenti, sarebbe un modo poco obiettivo di affrontare il problema. Grazie e cordiali saluti
Scusate: aggiungo. Nessun dibattito sul quantitativo di caffeina che viene ingurgitato?
Rispondo a chi lamenta la scarsa ospitalità dei caffè italiani: la tradizione ospitale dei caffè c’era e si è in gran parte perduta. Ma allora il dilemma diventa: buon caffè in luogo poco ospitale, o pessimo caffè in luogo ospitale? Dipende da ciò di cui si ha bisogno maggiormente.
magari succedesse…
beh ho capito che molti italiani siano scettici e hanno la mentalita chiusa, ma nn si parla di TUTTI gli italiani…secondo voi uno starbucks localizzato a milano o roma o un’altra grande città fallirebbe???C’è anche da tenere in considerazione il fattore turisti…starbucks è presente in 39 paesi nel mondo, e con tutti i turisti che vengono in italia, che sono gia abituati a starbucks, sicuramente non fallirebbe…io in questo momento sto facendo la mia tesina della maturita su starbucks e la globalizzazione, e sarebbe stato molto più comodo aver avuto informazioni in italiano (ho dovuto tradurre tutto dall’inglese)…
@mauri: Se hai voglia (e se non ti scoccia) inviamela per email, che gli do uno sguardo…Che a me interessa
Se poi vuoi magari la ripubblico pure su questo blog…
magnifico questo blog! io sono stata solo a londra ma ragazzi..ogni volta che vado nn può mancare la visita ai girasoli di van gogh e ovviamente il coffee moka di earl’s court..l’unico modo di iniziare bene la giornata x una pigrona e caffeinomane come me!buona giornata a tutti. sofia
Magnifico blog, spero davvero che questa notizia sia vera, poichè nonostante sia probabile che inizialmentè ci sarebbero un pò di difficoltà ad accettare una nuova idea di “bar” e Caffè, ma come è ben risaputo l’idea alla fine sarebbe quella vincente. I giovani accetterebberò ben volentieri quet’innovazione e a dire la verità in Italia o almeno dove vivo io manca un luogo come Starbucks. Sono appena tornata da Londra e dopo aver speso aleno 80 pounds da Starbuks posso dire che è una delle cose di cui sento più la mancanza (ah le mie adorate colazioni con muffin al doppio cioccolato e mocha caffè)
Spero davvero che Starbucks arrivi presto.
Non capisco quelli che dicono “Starbucks c’è in tutto il mondo noi italiani come al solito siamo indietro”, ma secondo voi è giusto che il mondo sia tutto uguale? Ovunque vai trovi le stesse catene di multinazionali, ormai si tende a perdere l’originalità di un luogo. In Italia esistono i bar, e non è vero che nei bar italiani devi prendere un caffè in 30 secondi, se hai fretta si, altrimenti puoi sempre sederti al tavolino a leggere il giornale! Io rimango affezionato al classico “Bar Sport”, quello descritto nel libro di Stefano Benni o nel film di Lino Banfi, e se aprissero mai uno Starbucks a Milano gli preferirei sempre la buona Torrefazione di via Porpora. E poi quelli che vanno all’estero e vanna da Starbucks…..che tristi! Quando sono stato a Lisbona sono andato nella mitica Pasticceria di Belèm ad assaggiare i lusitanissimi pasteign (non penso si scriva così!) mica in uno Starbucks a mangiare un muffin!
Allora prima di tutto vorrei rispondere alle persone che dicono che il caffè espresso al bar = buono e il caffè da starbucks = schifezza, dico ma avete mai sentito parlare di GUSTI PERSONALI??? Io per esempio ho sempre bevuto a casa il caffè americano fatto con la macchina da caffè americana (e nn come in certi bar che ti danno un caffè espresso e un brichetto di acqua calda con cui allungarlo, questo nn è assolutamente caffè americano!) e lo preferisco al caffè espresso (nonostante io ami ogni tipo di caffè) e tra l’altro se nn erro il tanto acclamato caffè napoletano (fatto con la tradizionale caffettiera napoletana) è fatto con lo stesso principio del caffè americano (l’acqua cade da sopra) per cui + è annacquato del caffè espresso fatto con la moka!
Per quanto riguarda starbucks in Italia…. anche qui ci sarebbe da dire che nessuno obbliga nessuno ad andarci, se a qualcuno nn piace continuerà tranquillamente ad andare al bar sport! In ogni caso nn vuol dire che un amatore di starbucks e dell’american coffee nn possa anche continuare ad andare al sopracitato bar sport, in realtà quelli contro starbucks hanno la mentalità + chiusa del mondo continuando a crogiolarsi nella tipica boria Italiana del “all’estero fa tutto schifo”, vi siete mai chiesti come mai all’estero bevono tutti caffè lungo e in tutto il mondo solo noi beviamo l’espresso? forse siamo noi quelli strani?!? esempio: con una mia amica a Berlino siamo entrati in un bar, io ho chiesto un caffè e lei un espresso, il barista ha accontentato entrambi e ha servito un espresso UGUALE a quelli che si bevono al bar sport, la mia amica gli ha fatto i complimenti, il cameriere ha ringraziato, ma le ha chiesto come facesse a bere quella “schifezza”. Quindi come si può vedere da questa vicenda dimenticatevi che l’espresso sia apprezzato anche all’estero!
Per quanto riguarda “RobiG” che dice di essere stato a lisbona e aver gustato i lusitanissimi pasteign, amico guarda che andare da starbucks nn vuol dire (almeno dal canto mio) rinunciare a provare le specialità tradizionali del luogo, anche io in Germania ho provato i tipici bar tedeschi, la cioccolata calda, la pasticceria e anche i locali tipici quindi carne patate zuppe ecc… nonostante abbia mangiato anche da kfc, dunkin donuts, e starbucks, quindi nn mi sembra che fare una cosa escluda per forza l’altra (come invece scrivi tu nel tuo commento).
Bye bye and Up the original caramel coffee frappuccino!!!!!!!!
Scusate se mi intrometto… adoro starbuck’s e l’aria che si respira li dentro.. i camerieri sono affettuosi e.. che volete che vi dica… a me piacerebbe che ofsse in italia! sfido chiunque a vedere in italia una persona che lavora con il computer portatile seduto al tavolino di un bar senza il minimo disturbo! da noi passerebbe per pazzo! un’altra cosa:con la meravigliosa cucina italiana che abbiamo chi avrebbe mai previsto che dopo le iniziali aperture a Roma e Milano avremmo avuto famgilie intere che passavano la domenica apranzo sedute da macdonald? non preferivamo lasagne e roast beef?? come mai adesso macdonald è pure nei mini paesetti di provincia?
io sono una grandissima fan di starbucks… quando sono in vacanza negli States, a Barcellona o a Parigi ecc…. passo interi pomeriggi da Strabucks con il mio Apple e un buon Mocha vicino… Ma, scusate se lo dico, nn vorrei veramente che vemisse in Italia… Dopo l’ euforia dell’ apertura iniziale vi piacerebbe veramente vedere un mucchio di bicchieri di Starbucks in mano a dei piccoli mocciosi o stare in fila dietro a gente che non riescie a capire l’ immensa arte di un Frappuccino??? A me no di certo!! Preferisco di gran lunga negli atri paesi, dove nn c’ è la cultura dell’ espresso dopo pranzo, ma la cultura del sano, vecchio caffè americano con qualcosa in +…
forse vi sembrerò stupida a non volere che apra in Italia ma x me è meglio così…
E poi credete veramente che andrà bene se, come ho detto prima, il Italia c’ è la cultura dell’ espresso?? Metà della gente che conosco qualdo assaggia un caffè americano lo lascia per meta xk ” è troppo acquoso!!!”
Bè… Uau… quante belle cose che avete scritto. spero di aver trovato il posto giusto per parlarvi di una mia ideuzza..
Andando al succo, la mia ragazza segue ingegneria gestionale al poli di Milano e il suo docente di Economia aziendale le ha dato da fare uno studio sul business di un’azienda italiana o non.. e indovinate cosa avrà mai scelto una ragazza che è stata con intercultura un’anno in Ohio???? ovviamente Starbuck… Volevo sapere se qualcuno di voi mi può suggerire qualche link che possa tornarle utile. Grazie a tutti.
Vi prego ditemi che è vero! Dopo quattro mesi ho un disperato bisogno di donut e frappuccino cafe-caramel!!!
ciao a tutti gli italiani. vorrei aprire uno starbucks anch’io in sicilia a siracusa,se avete informazioni utili.scrivete.grazie
sN DISPERATA!SONO UNA STURBUCKS DIPENDENTE,APPENA POSSO VOLA DA QUALCHE PARTE SOLO PER UN BLACK COFFEE LIGHT!!!QUALCUNO SA DIRMI DOVE VENDONO IN ITALIA LE CUPS UGUALI?CON IL COPERCHIO ANCHE!!!!!GRAZIE!!MIMOSA
nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo….odio starbucks,vivo a londra e sono peggio dei Mc donalds,il caffe fa cagare, pagano una miseria i dipendenti,sono carisssimi ma poi si vantano delle loro charity che servono solo per farsi pubblicita’…non fateli aprire in italia o ci invaderanno in pochi mesi….
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