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Salva i sandwiches di Starbucks!

Howard Schultz ha recentemente dichiarato in una conferenza che entro la fine dell’anno i sandwiches verranno rimossi da tutti gli stores, in quando non solo ne influenzano l’aroma in modo negativo, ma defocalizzano l’attenzione dei baristi dalla preparazione del caffè, in quanto devono spendere molto tempo nel preparare sandwiches togliendone di conseguenza altrettanto alla realizzazione di caffè perfetti. Dalla conferenza, tenutasi mercoledì scorso, sono emerse le seguenti dichiarazioni:
- The warm sandwiches “are going to be out by year’s end.” In the meantime, they will be “de-emphasized”
- Serving sandwiches got in the way of employees’ “ability to make the perfect shot of espresso”
- The sandwiches will be replaced with “a breakfast menu that delivers what our customers are asking for”
Naturalmente c’è chi, come sempre, è rimasto dispiaciuto dalla notizia e prega che ciò non accadda. Ne è un esempio il sito Save the Breakfast Sandwiches, che appellandosi agli amanti di questi prodotti vorrebbe invitarli a sottoscrivere una petizione per fare in modo che non spariscano. Ce la faranno? Ad ora sono solo a 95 firme.

The Little Green Plug. Evitare la fuoriuscita accidentale del caffè.

Se vi è mai capitato di prendere un caffè caldo Take Away da Starbucks mentre eravate di fretta vi sarà sicuramente successo che il liquido all’interno della tazza di cartone, mentre camminate a passo felpato, fuoriesca a schizzi dall’unico buco possibile, quello da cui si beve, andando in tal modo a macchiare i vostri abiti o ustionarvi le mani. A me è accaduto molto spesso e, la cosa, non mi ha mai fatto piacere. Avevo trovato, tempo fa, un sito, The Little Green Plug, che con una soluzione geniale sembrava essere in grado di risolvere il problema: un piccolo pezzo di plastica verde da inserire nel foro per evitare quanto sopra descritto.
Di seguito, un video che mostra le differenze che ci sono fra una tazza con e una senza il Little Green Plug e quello che si va ad evitare.
Scopro solo ora che Starbucks si è posta di persona il problema (che a quanto pare pare essere più diffuso di quel che pensavo) e sta cercando in qualche modo di dargli una soluzione. Per l’occasione sta cominciando a diffondere, al momento solo in alcuni dei suoi store, degli oggetti del tutto simili a The Little Green Plug solo che, come si può immaginare, con un fascino molto maggiore per tutti gli Starbucks Fans. La soluzione di Starbucks è sempre un tappino verde, con però un cucchiaio con cui rimescolare il caffè a una estremità, quella che va ad inserirsi nella tazza, e la bellissima sirena del logo aziendale sull’altra, quella visibile.
Ottima idea, non trovate?
Starbucks Card personalizzate

La Starbucks Card è una carta prepagata (che si ricarica presso i vari Starbucks Store) che permette a tutti coloro che la possiedono di effettuare acquisti presso gli Starbucks senza dover utilizzare del denaro. Ancora, se devo essere sincero, non ne ho capito a fondo l’utilità: di fatto possedendola non si usufruisce di nessuno sconto o di nessuna convenzione particolare ma anche io stesso, questa estate, mentre ero due settimane a Edimburgo, ne ho fatta una. Il motivo? La volevo tenere per il design, per la decorazione.
Infatti ogni tot mesi Starbucks rinnova questa card e ne rilascia una nuova, con un nuovo design stampato sul retro. Ora, da poco tempo, è disponibile sul suo sito una nuova ed interessante iniziativa, Customize a Starbucks Card: a fianco delle normali carte prestampate se ne affiancano di nuove, disegnate e personalizzate dai possessori.
Dalla pagina dedicata all’iniziativa è dunque possibile realizzare una Starbucks card personale, con un proprio messaggio stampato sul davanti, con se stessi realizzati in versione Starbucks o ancora con esplicitata la propria bevanda preferita e customizzata (come ben sappiamo infatti da Starbucks si può avere la bevanda come la si desidera, adattata ai propri gusti). Insomma, sarà possibile intervenire su ogni aspetto in modo rendere la propria card personale e originale.


I nuovi Sandwiches di Starbucks: Surprisingly Yummy

Il critico Dog Davis ha definito i nuovi Sandwiches offerti da Starbucks in alcuni dei suoi store come surprisingly yummy ed ha assegnato al prodotto quattro stelle, anche se solo una come portabilità.
Ecco le esatte parole da lui proferite:
Watching your barista pull a pre-made sandwich from a cellophane wrapper and pop it in an oven may not whet your appetite, but the results are surprisingly yummy. The oven toasts the muffin and the corners of the egg patty, while the cheese gets warm and slightly greasy. Mmmm! All the sandwiches have their merits, but the Black Forest ham really rocks. No doubt these newcomers will graduate near the top of the Fast-Food Class of ‘07.
Beh, ora sappiamo che la prossima volta che capitiamo in uno Starbucks non dobbiamo limitarci a un caffè
Nuovi piatti da Starbucks
Starbucks ha deciso di ampliare la sua offerta e di permettere di acquistare nei suoi store nuovi piatti come pasta con carne, insalata pomodoro e mozzarella, insalata di pollo o insalata di tonno.
Queste new entry inizieranno ad essere vendute in circa 4,400 coffee stores per poi essere immesse in ogni negozio appartenente a Starbucks con eventuali variazioni locali a seconda dei gusti e delle usanze culinarie del territorio.
Con questa mossa Starbucks cerca di fare un po’ di concorrenza alle grandi catene di Fast Food come McDonald’s, permettendo ai suoi clienti di avere un pranzo completo all’interno dei suoi stores. A dire il vero anche in passato Starbucks ha sempre venuto Sandwiches e, in alcuni e rari casi, insalate e pasta, ma ora con l’ampliamento dell’offerta spera di attirare nuovi clienti.
I cambiamenti però non riguardano solo il settore del cibo, infatti Starbucks ha deciso di innovare e ampliare anche quello delle bibite e di aggiungere un nuovo tipo di Frappuccino, al lampone, e di Mocha Frappè, sempre al lampone.
Le nuove insalata saranno disponibili per la clientela a partire da giovedì e il loro costo si aggirerà sui 5 dollari.
Starbucks passa al latte magro
Il 31 Maggio Starbucks ha comunicato la decisione di adottare entro la fine del 2007 per tutte le bevande in vendita negli store degli Stati Uniti e del Canada il latte magro al posto di quello attualmente in utilizzo, intero.
Attualmente quando una persona ordina una bevanda come, per esempio, Vanilla Latte, gli viene consegnata con all’interno del latte intero, almeno che non venga esplicitato che la si vuole con del latte magro. Grazie a questa decisione presa da Starbucks d’ora in avanti lo standard sarà costituito dal latte magro, esattamente l’opposto di quello che avviene adesso. Naturalmente, come ora, gli acquirenti avranno la possibilità di customizzare le loro bevande a piacimento e, sotto richiesta, sarà possibile scegliere fra latte intero o di soia.
La decisione deriva dal fatto che Starbucks è da circa un anno che testa il suo latte magro, anche conosciuto sotto il nome di Milk 2%, nella gran parte degli store del Nord America, e la risposta da parte dei consumatori è stata tutt’altro che positiva. Molte persone, infatti, hanno optato per l’opzione Milk 2%, in quanto il gusto e la qualità della bevanda non diminuivano ma, allo stesso tempo, vi erano al suo interno meno calorie e grassi.
Tanto per dare un esempio delle differenze che ci sono fra i due tipi di latte: un Grande Latte fatto con il latte 2% ha solo 160 calorie, a differenza delle 260 del latte intero.
By moving to a 2% milk standard, Starbucks is keeping all the nutritional goodness of milk while taking out some of what does not add nutritional value.
Janet King, professor of nutrition
[Via CNW Group]
Frappuccino [Starbucks Ad]
[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=mOa0HDHa99U]
Uno Strabucks fatto in casa

Già in passato su questo blog, con un breve articolo, si era segnalata la possibilità di trovare in internet, sul sito di Starbucks, alcune delle ricette delle sue bevande, in modo da potere, avendo voglia, ripreparle in casa propria.
Miketrevis, ispirato dal recenter articolo La nascita di una nuova bevanda, ha pubblicato sul suo blog personale una guida per l’Homemade Starbucks, nella quale spiega, passo per passo, come realizzare il suo Super Latte Macchiato.
Ecco i passaggi:
Prendete la vostra tazza preferita Riempitela per metà di latte, meglio intero Accendete la macchina del caffè e aspettate che la spia indichi che l’acqua è calda Fate la schiuma fino a colmare la tazza: molti pensano che per fare la schiuma bisogna andare su e giù in modo che il latte “venga gasato così fa la schiuma”, ma non è vero. Per esperienza posso dirvi che il metodo migliore è tenere il foro dal quale esce il vapore costantemente tra il latte e l’aria, salendo man mano che si forma la schiuma. Se andate troppo sotto scaldate e basta (e quando il latte comincia a bollire non fate più schiuma), troppo sopra fate bolle giganti che esplodono. Ci vuole un po’ di allenamento per restare sempre in equilibrio ma il risultato è superbo. Fate il caffè, se proprio dovete decaffeinato Versate il caffe nella tazza (potete anche farlo direttamente nella tazza se volete, dipende dalla grandezza della tazza, che in questo caso non è la solita tazza da cappuccino) Zuccherate a piacere Mescolate (nel frattempo la schiuma si sarà “cristallizzata” ma non vi preoccupate, è talmente tanta che dopo due giri di cucchiaino torna come prima) Bevete come meglio vi aggrada (personalmente mi faccio fuori la schiuma e poi passo al caffelatte)
[Via Homemade Starbucks]
Gli italiani ed il loro rapporto con il caffè
E’ sempre e solo una questione di gusti, lo sappiamo tutti: “un espresso, per favore”! “Per me un americano, grazie”, frasi recitate milioni di volte al giorno, in bar, ristoranti e coffee points di tutto il mondo; con tutte le variazioni sul tema, questo è chiaro: corretto, molto ristretto, con acqua calda a parte, e chi più ne ha più ne metta. Perché anche il caffè sta cambiando immagine, come tutti i prodotti di consumo, moltiplicando i propri modi di esser consumato, sorseggiato e gustato…dal brusco gesto di un business man in ritardo che ingurgita una tazzina formato Barbie in due secondi netti, espressamente (Illy?!), a chi invece dedica alla propria pausa un po’ più di tempo, forse utilizzando questo antico intruglio nero più come scusa per una dolce pausa che altro.
Il caffè come i panini, insomma: la sua globalizzazione, la sua estensione a livello mondiale non ci deve spaventare, e questo lo diciamo soprattutto rivolgendosi ai nostalgici italiani della tazzina e della moka che inorridiscono ogni volta che, recandosi all’estero, trovano il loro intruglio un po’ meno nero e un po’ più annacquato del solito, e sono sempre indecisi se lasciarne lì metà per il solo gusto di snobbare una tradizione chiaramente diversa dalla nostra: una tradizione, per esempio, dove il cappuccino si prende come bevanda che accompagni un pasto caldo, o dove il caffè ha più la parvenza (e la stessa quantità, se non maggiore) di una tazza di thé nero che di tossico espresso concentrato. E con questo non vogliamo metter in cattiva luce la nostra fama, già arci-nota in tutto il mondo, di amanti del caffè espresso, ma semplicemente ricordare al signor Andrea Illy che è inevitabile il moltiplicarsi delle modalità di assunzione della bevanda che lui si ostina a rivendicare come tipica italiana –qualcuno gli hai mai detto che le piantagioni di caffè non hanno mai trovato terreno fertile nel nostro paese?-.
La globalizzazione ha già conquistato anche il mondo del caffè, e di certo è inutile, nonché improduttivo, prendersela per un uso “improprio” dei termini “espresso”, “latte” o “frappuccino” dal momento che anche gli italiani usano, ancora più impropriamente, una quantità spropositata di inglesismi; e poi, perché farne una questione di proprietà linguistica, quando il vero motivo che giace sotto alla questione è che l’italiano medio si sente colpito nell’orgoglio quando il caffè non corrisponde alle proprie “ristrette” aspettative? Cosa dovrebbe dire dunque un inglese in vacanza in Italia quando, ordinando un Earl Grey all’ora del thé in un bar elegante del centro di Milano, si vede arrivare una teiera mezza piena, o ancor peggio, una tazzina (da caffè) appena riempita di acqua calda?
Paese che vai, gusto che trovi…Peccato però che gli italiani debbano trovarsi in terra straniera per compiere il sacrilego gesto di gustare un buon caffè in un bicchiere di cartone marchiato Starbucks o per assaporare un cremoso e appagante “Frappuccino” -termine ibrido, a detta del nipote Illy, poiché identifica il cappuccino con una bevanda che non ha niente a che vedere con quella tipica italiana. Questo si chiama orgoglio nazionale: dov’è la tanto auspicata massificazione dei prodotti di consumo, a cui Andrea Illy punta nel diffondere i suoi coffee-points in tutto il mondo, se la scambio tra paesi non è equo…e solidale? Perché un americano può, nel proprio paese, sorseggiare caffè delle pregiate torrefazioni triestine da una tazzina –dobbiamo ammetterlo- dal simpatico design, quando un italiano deve auto-esiliarsi in Svizzera per concedersi la più vicina pausa Starbucks?
Il problema va però oltre il semplice paragone tra tazzina in ceramica e cartone usa e getta –che rimane comunque più igienico-; va oltre la quantità più o meno generosa di liquido servito: qui si tratta di una concezione del luogo pubblico che in Italia fatica ancora ad arrivare (non è mai arrivata, a dir la verità), concezione per cui la tanto ambita e amata pausa caffè cambia volto, soddisfando anche chi preferisce thé, frappé, dolcetti, o addirittura quel mix proibito di frappé e cappuccino chiamato scherzosamente “Frappuccino”…Ma non solo: questi nuovi coffee shops americani (i.e., Starbucks), che Illy definisce suoi concorrenti globali inducendoci a pensare ad essi come ad anonimi fast-food, sono così accoglienti, sia d’immagine che di fatto, che il consumatore che ben li conosce non può far a meno di apprezzarli.
Punteggiano letteralmente le città come tanti luoghi di approdo, costeggiando i più svariati percorsi del consumatore-tipo: ci si può fermare andando al lavoro, sostando da turista, tra uno shopping e l’altro…. Creati per una vita metropolitana, dove la pluralità di usi e consumi è ormai all’ordine del giorno, sono presenti anche nelle città di medie dimensioni: l’idea è infatti che, come i fast-food, si adeguino ai gusti e alle esigenze di tutti (possibilità di consumare in-loco o take away, grazie ad un rapido servizio ed ai comodi bicchieri d’asporto con coperchio); con la piccola differenza, che fa la differenza, di un atmosfera ben lontana dai frenetici fast-food, dove anche chi consuma seduto si abbuffa in poco tempo e scappa in un batter d’occhio. Non c’è niente di “fast” in chi si rilassa su una poltrona della catena Starbucks aspettando semplicemente la propria decisione di alzarsi ed andar via, indipendentemente da quando si è terminata la consumazione…Niente di “fast” quando si può decidere di studiare in un luogo pubblico che non sia una biblioteca, sorseggiando una tazza di caffè in totale tranquillità e tuttavia mai in solitudine…Niente di “fast” quando ci viene offerta la possibilità di connetterci a internet o leggere un libro –anche in prestito dal punto vendita-, accoccolandosi sulla poltrona quasi come se ci si trovasse nel proprio salotto di casa…E soprattutto, niente “food” dei fast-food, perché Starbucks conduce da anni una politica di Fair Trade tesa a solidarizzare con i produttori di caffè e a favorirli nella scelta del prezzo più equo per entrambe le parti..
Non stiamo cercando di difendere a spada tratta gli interessi e l’immagine di questa catena: è una multinazionale, e come tutti i mercati che rientrano in questa categoria, e non solo, è soggetta a logiche di profitti gestionali, economici, politici e di valuta. Tuttavia, in una società che non può più prescindere dai consumi di massa, è poco furbo non scovare, all’interno di questo fosco groviglio della legge di domanda e di offerta, qualcosa che ancora sia capace di salvare alcuni valori sociali, etici e umani: uno spazio pubblico multifunzionale che ricalca una concezione già presente in molti paesi stranieri, per cui si può vivere il luogo di studio-lavoro (università attrezzate e sempre aperte), studiare e lavorare in un luogo vivo (mediateche, musei interattivi) e fondere infine il tutto in uno spazio la cui valenza aggregativa è spesso sottovalutata, soprattutto nel nostro paese (i.e., Starbucks).
Per questo, le sottili ma taglienti prese di posizione del signor Andrea Illy nei confronti dei colossi americani in questione ci sembrano un po’ azzardate e fuori luogo, e ci pare che vadano oltre il semplice confronto di mercato o le abitudini di consumo di ciascun paese; il suo tentativo passato di proteggere legalmente il termine “espresso”, come se fosse un marchio anziché un nome comune dato dal nonno Francesco nel 1930 alla nuova modalità di preparare la bevanda, ci sembra, oltre che ridicolo, una pericolosa presa di posizione del tutto italiana. Il nostro paese ne esce rigido nelle sue abitudini alimentari e sociali, orgogliosamente nazionaliste, e di conseguenza restio ad accogliere una nuova proposta di spazio urbano che, pur essendo cresciuta ormai a scala globale, riesce tuttora nell’intento di salvare una propria immagine individuale, simbolica e di qualità.
Purtroppo e’ facile parlare di consumismo quando si citano le grandi catene ristoratrici, quando la domanda è effettivamente elevata e la produzione è all’altezza di rispondere a dovere: tuttavia, perché generalizzare la ben nota etica consumistica americana a tutto ciò che l’America sforna, riferendosi a tutti i suoi prodotti con un’accezione espressamente negativa? Illy si vanta nel contrapporre a una logica per lui massificante e commerciale la sua idea di installare esclusivi Illy bar in tutto il mondo, a partire proprio dagli Stati Uniti: ci preannuncia che questi punti vendita chiamati “Espressamente” –il nome non ci meraviglia- saranno vere e proprie boutiques di moda, con arredi di grido e location di primo piano, e che combatteranno insieme agli altri piccoli produttori italiani, Segafredo e Zanetti, per diffondere i gusti e i marchi del nostro paese.
Fin qui, strategie di mercato: piccole e grandi catene, concorrenza di prezzi e di prodotti; tuttavia facciamo attenzione, caro Signor Illy, all’immagine di un marchio che, come dichiara lei, ricalcherà lo stesso approccio di Gucci o Armani nel confronto con le altre boutique di moda: non solo si parla di caffè e non di vestiario, ma anche la trita e ritrita figura di un’Italia culla mondiale della moda gioca un ruolo infertile nel far breccia sul consumatore medio di caffè: evitiamo di ricadere sempre nei clichés che fanno dell’Italia un paese che ama cristallizzarsi nella propria immagine senza mai saperla rinnovare: al di là dei gusti e degli interessi economici, giace infatti un terreno che, pur senza dover rinunciare alle proprie tradizioni, richiede a gran voce di esser aperto non tanto ad un’inutile massificazione del lusso, come dichiara Illy, bensì ad un’apertura dello spazio pubblico in grado di richiamare le masse verso una pluralizzazione e una multifunzionalità del luogo di aggregazione; solo così, forse, potremo compiere quel lento cammino che ci porta a sentirci cittadini del e nel mondo anche a casa nostra, senza calpestare per questo la nostra identità italiana.
Non basta un caffè espresso a renderci italiani: questo, almeno a noi, risulta chiaro.
—L’articolo è stato scritto fra i commenti di un post di questo blog da Gaia Zamburlini—
La nascita di una nuova bevanda

La bevanda più recentemente introdotta presso Starbucks si chiama Dulce De Leche Latte e, con le sue 570 calorie, è una vera e propria colazione racchiusa in una tazza.
Il Dulce de Leche fa parte della cucina Latino Americana da sempre e i membri dello Starbucks Research, un vero e proprio luogo che si occupa di trovare nuovi prodotti e gusti per Starbucks, sono convinti che al pubblico piaccia provare nuove cose, nuove bevande mai assaggiate, e che sia un compito fondamentale per l’azienda tentare di non far mai annoiare i suoi consumatori, introducendo novità.
A dire la verità il Dulce de Leche non è una novità assoluta in America, infatti già in passato, nel 1998, Haagen Dazs l’aveva introdotto fra i gusti dei suoi gelati, ottenendo ottimi successi.
Sul sito di MSNBC è online un interessante video nel quale vengono illustrati i procedimenti attraverso i quali Starbucks crea e introduce nuovi prodotti nei suoi menù, quanti passaggi e test deve passare una bevanda prima di diventare parte ufficiale dell’offerta di Starbucks.

![Starbucks Store [Zurigo 2007]](http://farm2.static.flickr.com/1092/540804019_b63ddf0044.jpg)
![Starbucks Store [Zurigo 2007]](http://farm2.static.flickr.com/1407/540721026_09c5bd75ee.jpg)
![Starbucks [Instambul]](http://farm1.static.flickr.com/131/369206618_3edc28afd0.jpg)
