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Archives for the 'Starbucks Store' Category

Lo Starbucks Indiano….E italiano!

Questa immagine, di un falso Starbucks presente in India, me l’ha segnalata Eio su Twitter. Noi, almeno per quanto riguarda la falsa versione del locale, siamo avanti, infatti ce l’avevamo già da un sacco di tempo. La nostra copia, che al contrario del caso presentato all’inizio non ha la somiglianza nel nome ma, bensì, nel logo, praticamente identico, è un piccolo e semplice Kiosko localizzato in qualche area sperduta della penisola. L’immagine sotto, ad esso relativa, l’avevo trovata tempo fa su di un blog e l’avevo scaricata in locale nel mio computer. Non so dunque dirvi con precisione dove si trovi o di chi sia l’immagine. Quel che so dirvi con certezza è che, di sicuro, non ci troverete i Frappuccini ;-)

[Via Neatorama]

09/24/2007 | Starbucks, Starbucks Store, immagini | 4 Comments | Share This

Starbucks Coffee Festival

Domani, 15 Settembre, dalle 11.00 AM alle 6.00 PM Starbucks terrà al Reston Town Center un Coffee Festival, nel corso del quale i partecipanti avranno la possibilità di prendere parte al Coffee Belt, un tour per esplorare i tipi di caffè in uso e in coltivazione nelle differenti regioni del mondo, assaggiarli assieme a deliziosi dolci e gustosi Frappuccini.

Il Festival sarà inoltre arricchito con della musica Live e con delle dimostrazioni di cucina tenute dal famoso Chef Marcus Samuelsson, scrittore, fra l’altro, del libro in vendita in molti Starbucks Store, Coffee is Culinary, il cui ricavato, se acquistato durante l’evento, andrà per intero al U.S. Fund for UNICEF.

Carter Bentzel, marketing manager di Starbucks, ha dichiarato:

We are very excited to bring the Starbucks Coffee Festival to Reston again this year. We hope that the Coffee Festival will educate our guests so that they may better understand how to enjoy coffee to the fullest, recognize their favorite blend of coffee, and feel comfortable about brewing it in their own homes.

Maggiori informazioni riguardo all’evento possono essere trovate su StarbucksCoffeeFestival.

09/14/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Coffee, Starbucks Store, Varie | 5 Comments | Share This

Quell’irresistibile voglia di Global

L’articolo che segue è stato scritto da Laura Piccini su Repubblica. Ve lo ripropongo perchè lo ritengo molto interessante sulla questione Perchè Starbucks non c’è in Italia, di cui più volte si è discusso in questo blog.

Perché certi marchi sono ovunque, meno che in Italia. E altri misteri della globalizzazione

No Starbucks in Italy? You’re lucky”, dice un amico americano (anche un inglese, e un tedesco). Già, fortunati, almeno la multinazionale del caffè in bicchierone da Seattle a 40 Paesi del mondo, a noi manca. Ma se c’è una cosa che fa sospirare i no global di soddisfazione e gli altri di tristezza, anche se non necessariamente per le propensioni capitaliste che immaginate, sono le variabili inspiegabili - o misteri - della globalizzazione all’italiana.

Quei quattro o più marchi, insegne, catene mancanti dal panorama che dovrebbe omologarci tutti, da Londra al Bahrein, a noi appunto. E invece. Risultato è che ci sono caffeinomani nostrani che dibattono ossessivamente sul sogno di ordinare un Grande Decaf Caramel Macchiato o un Venti NoFat Latte, serviti col cilindretto di carta riciclata e logo della sirena (Starbucks, quella di Moby Dick). E fossero solo loro.

C’è pure chi vorrebbe le ciambelle Dunkin’ Donuts come quelle di Homer Simpson, le pizze componibili di Pizza Hut e non “imitazioni” di Tipico e Spizzico; i tramezzini inglesi Prêt à Manger (per il 33 per cento di McDonald’s), che “Sorry! Non abbiamo piani di aperture da voi, ci stiamo concentrando su Hong Kong”. E quelli che costringevano amici e familiari a tornare dagli Usa con le felpe Gap per i figli, e lo fanno ancora anche se il marchio è decaduto. E ci sono coppie che il sabato fanno gite da Habitat, Nizza, il punto vendita più vicino alla frontiera dopo che la società che li aprì in Italia fallì e fu inghiottita da Ikea. E quelli che ti fanno comprare le mutande AA turchesi profilate di bianco per fidanzato o amico gay. Rettifica, pare che almeno quelle stiano arrivando: “American Apparel cerca giovani “stilosi’ per imminente apertura Milano Ticinese”, dice l’annuncio su Bakeca.it. E conferma il pierre Massimo tornato fresco da L.A. Un mistero in meno.

Il mistero della sirena

Certo, il caso Starbucks è quello che fa arrovellare di più: internet pullula di blogger e forum sul “Perché non qui?” (www.starbucksgossip.com). Già, perché no? Giriamo la domanda alla casa madre (padre): risponde la pierre Bridget che Howard Schultz non ha annunci, lui che nel 1971 ebbe il lampo di genio in un baretto milanese e ne fece un format da sette miliardi e diecimila dipendenti. Ciascuno con la sua stock option. Proviamo con Cliff Burrows (che ha lavorato 19 anni con l’altro fantasma, Habitat, per stare in tema), presidente di Emea, base per l’Europa-Middle East e Africa. Raffica di: “È estremamente eccitante pensare a un’apertura da voi, ma al momento niente annunci”. Finché salta fuori un blogger che sembra saperla più lunga: è un “ex sirenetto” fuggito dal gruppo, confessa al telefono da località esotica che ha “perso i rapporti con Starbucks per colpa di Lavazza”, che lo contattò per un colloquio quando voleva aprire la catena concorrente Caffé di Roma. E si fece incantare. Lui, dipendente modello che cita commosso il giorno in cui una Spice Girl disse “Sto bevendo un Soy Latte“. E il consumo decuplicò”.

Loro vennero a saperlo e cominciò a incrinarsi tutto: come pensare di mollare la 16esima “Miglior Compagnia per cui lavorare” secondo Fortune? Adesso sta con la ditta che lo indusse in tentazione, ché gli rifondano il danno emotivo, e si sfoga. “Le invio il piano che la Starbucks mostrò a noi interni qualche anno fa e ho spedito allo studente siciliano che sta preparando la tesi di laurea sul “Perché non aprono uno Starbucks in Italia, e in particolare nella mia nativa Sicilia”? (c’è anche una che ci ha preparato la tesina della maturità). Il piano parla: 1.450 negozi in Germania, 725 in Spagna, 370 in Italia, Next Big Opportunity 2003. Poi? Nulla.

“Ai tempi il direttore di Emea era un certo Mark McKeon, che ha cambiato ditta”: lo scoviamo in un franchising olandese di abbigliamento, ma non commenta il passato. Corretto. L’informatore misterioso ha la sua tesi, non crede alle “resistenze culturali” della patria dei bevitori di espresso: “Ma se Starbucks ha convinto gli inglesi a consumare più caffè che tè, è una macchina rodata capace di adattarsi alle necessità di ogni Paese, dall’India all’Arabia Saudita” (vedi Starbucks di Riyad con zona “uomini”). “Il problema che ha sbarrato l’entrata è stato di lobby. Starbucks non è interessata a pochi negozi di rappresentanza, ogni giorno le arrivano richieste di franchising che declina, si avvale solo di potenti come Karstad in Germania che ha garantito aperture a tappeto. Economia di scala”.

Ma da noi? “Le suggerisco il gioco delle aziende stile blog di Beppe Grillo”. Però, l’italiano Autogrill ha sì aperto degli Starbucks, non in Italia: con Host Marriott acquisita nel 1999 ne gestisce 300 in concessione. Sul blog Theretailer si insinua che la strategia di internazionalizzazione fosse dovuta alle richieste dell’Antitrust di dismissione di alcuni punti vendita nelle Autostrade (di Benetton, che possiede Autogrill).

Ribatte Ezio Balarini, Marketing & Concept Development Europe del Gruppo Autogrill: “Noi partecipiamo a bandi di gara con un portafoglio di marchi, non ci interessa il singolo”. Ma perché non avete aperto neanche uno Starbucks, chessò, a Fiumicino? “Perché abbiamo aperto gli A Café, evoluzione del tradizionale bar-snack. E i Puro Gusto”. Copiate Starbucks, ma non lo portate qui? E avete creato gli Spizzico e i Tipico al posto di Pizza Hut, aperto in franchising altrove (come Kentucky Fried Chicken), ma non qui? Nel frattempo ecco i Lino’s Coffee, risposta di un torrefattore parmense poi rilevato dal gruppo inglese Pole LTD, aperture da Benevento a Bratislava. Algida lancia la linea Café Zero mooolto Frappuccino.

Meteore globali
La caccia ai marchi misteriosi continua. E le leggende. Una volta c’era quella di Gap che non apriva per editto dell’impero di Ponzano Veneto. Un altro informatore misterioso fornisce piuttosto la storiella della guerra fredda con Zara. Ci dice che - si dice che - il Gruppo Percassi, che aveva aperto i Benetton in franchising, quando si vide scendere in campo gli stessi ad aprire i loro store, per ripicca si alleò con gli spagnoli e gli aprì gli Zara, e boom. Poi lo spagnolo riprese in mano il tutto. Giochi globali. Belli.

C’è chi ricorda quando a Roma comparvero i Dunkin’ Donuts locali bianchi e rosa, a Fontana di Trevi e alla Stazione Termini, con la commessa che poteva dirti fiera di come Madonna nel suo curriculum aveva un lavoraccio da commessa lì. Poi puff, ha chiuso: informa il notiziario sui misfatti del mondo del lavoro Chainworker, che la cordata Sweet & Co fallì e commesse e tutti messi alla porta. C’è chi ricorda la fine di Habitat, la catena di mobili di Sir Terence Conran la cui apertura italiana fallì. Su Internet viaggia ancora il testamento di cessione del ramo d’azienda a Ikea Italia, che poi travasò nella società Ikano, sempre dello svedese Ingvar Kamprad. Due anni fa a un Salone del Mobile di Milano girò la leggenda urbana che Habitat stesse per riaprire: l’ufficio stampa Ikea e quello Ikano commentano ridendo e dicono che è come la leggenda dello sbarco di Harrods a Milano.

E le variabili impazzite? Tipo Sbarro, catena fondata a Brooklyn nel 1959 da Gennaro e famiglia con logo tricolore kitschissimo che deturpa piazze e metropoli globali, ma garantisce mozzarella e arancini di massa. In Italia? C’è! Uno, nel distributore Agip di Milano via Lorenteggio. Sperduto, unico, un miraggio. Non l’ha neanche aperto Autogrill, che invece ne ha in franchising altrove, ma in Italia no (ti pareva).

E la catena TG Friday? C’è un solo negozietto ad Aversa. E i panini seriali di Subway? Ci sono? No, falso allarme, informano da via Principe Amedeo che si chiamano Subway, ma non c’entrano con l’omonimo marchio global. E che diavolo…

E Illy? Giriamo all’ad Andrea Illy l’ossessiva domanda: perché Starbucks non c’è? E avete lanciato gli “Espressamente”, ma joint venture con Seattle nisba? “Noi dagli anni Trenta vendiamo ai bar, in Italia abbiamo un bar ogni 300 abitanti, con le catene all’estero solo ora sono uno a 10-50mila, abbiamo saturato il saturabile e col prezzo della tazzina più basso dopo il Portogallo. I baretti a gestione familiare confondono il reddito d’impresa con lo stipendio, spesso ricorrono al nero o a espedienti impensabili per un grande marchio. Potevamo proteggere la proprietà intellettuale del caffè: per mancanza di spirito di squadra non abbiamo fatto neanche quello. Una svolta è inevitabile”. Con o senza Starbucks. Mah, in piazza Duomo hanno il cappuccione nel bicchierone, in piedi senza uno straccio di libro con uno dietro che sventola lo scontrino del ristretto. Non ci siamo.

08/23/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Coffee, Starbucks Store, Varie | 7 Comments | Share This

171 Starbucks in un giorno solo

Un tale, Mark Malkoff, degno amico di quello sconvolto che tempo addietro ha girato un film sulla sua mania di dover per forza visitare ogni Starbucks del pianeta, ha deciso, un giorno, di voler girare in sole 24 ore tutti gli Starbucks di Manhattan, consumando presso ognuno di questi almeno una bevanda o qualche cosa da mangiare.

Dunque, dopo aver fatto più volte delle passeggiate per Manhattan al fine di contare tutti gli Starbucks in essa presenti, si è messo in sella sulla sua bicicletta (cosiderandola il mezzo più veloce per girare in città) allo scadere delle 5.00 del nuovo giorno per poi terminare la sua impresa 20 ore dopo. Soddisfatto e eliminando almeno per un po’ di tempo una delle sue manie, Starbucks.
L’operazione è costata 369.14 dollari, in quanto si sono dovute sommare alla normali spese di caffè e dolci una 80ina di dollari per un pezzo di torta, pagato a così caro prezzo poichè comprato da uno Starbucks che oramai era chiuso e che per far riaprire Mark ha dovuto corrompere la barista (i soldi poi gli sono stati rimborsati giorni dopo da uno dei dirigenti di Starbucks, la barista in questione sorprendentemente non è stata licenziata) con del denaro.

Il filmato di questa impresa, della durata di una decina di minuti, è visibile dal sito ad esso dedicato, 171Starbucks.com

Grazie a Kiro per la segnalazione

07/23/2007 | Starbucks, Starbucks Fan, Starbucks Store | No Comments | Share This

Starbucks in New York

[YouTube=http://it.youtube.com/watch?v=VoaMtxSZJ_c]

07/02/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Coffee, Starbucks Store, Varie, Video, YouTube | No Comments | Share This

Nuovi piatti da Starbucks

Starbucks Store [Zurigo 2007]

Starbucks ha deciso di ampliare la sua offerta e di permettere di acquistare nei suoi store nuovi piatti come pasta con carne, insalata pomodoro e mozzarella, insalata di pollo o insalata di tonno.

Queste new entry inizieranno ad essere vendute in circa 4,400 coffee stores per poi essere immesse in ogni negozio appartenente a Starbucks con eventuali variazioni locali a seconda dei gusti e delle usanze culinarie del territorio.

Con questa mossa Starbucks cerca di fare un po’ di concorrenza alle grandi catene di Fast Food come McDonald’s, permettendo ai suoi clienti di avere un pranzo completo all’interno dei suoi stores. A dire il vero anche in passato Starbucks ha sempre venuto Sandwiches e, in alcuni e rari casi, insalate e pasta, ma ora con l’ampliamento dell’offerta spera di attirare nuovi clienti.

I cambiamenti però non riguardano solo il settore del cibo, infatti Starbucks ha deciso di innovare e ampliare anche quello delle bibite e di aggiungere un nuovo tipo di Frappuccino, al lampone, e di Mocha Frappè, sempre al lampone.

Le nuove insalata saranno disponibili per la clientela a partire da giovedì e il loro costo si aggirerà sui 5 dollari.

06/29/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Products, Starbucks Store | 1 Comment | Share This

La presenza di Starbucks nel mondo


Peccato che l’Italia non sia ancora verde. Speriamo lo diventi quanto prima :-)
Versione + grande 

06/03/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Store, Varie, immagini | 7 Comments | Share This

Starbucking

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=49_gfg_bufo]

Starbucking è il titolo di un nuovo film/documentario che a partire dal 24 Aprile verrà messo in commercio, solo in DVD, negli Stati Uniti.
Il documentario riguarda la storia di Rafael Antonio Lozano (meglio conosciuto con il nickname Winter), un vero e proprio maniaco di Starbuck, che a partire dalla fine degli anni 90 fino ad oggi ha visitato, per puro divertimento, 6338 Starbucks Store spendendo, per riuscire nell’impresa, la bellezza di 30 mila euro e riuscendo a bere fino a 29 caffè in un solo giorno.
Starbucks, nonostante l’enorme pubblicità gratuita derivante da questo, tende a prendere le distanze e più volte ha dichiarato di non averci niente a che fare e di non aver mai finanziato in alcun modo il progetto.

Il protagonista, Winter, un disegnatore di software freelance, spiega sul suo sito personale, Starbucks Everywhere, il motivo che lo ha spinto a fare questo:

Fin da bambino ho collezionato fumetti, lettere e monete, poi sono passato a Starbucks, che è un altro modo con il quale manifesto la mia attitudine compulsiva nel volere tutto. Non mi considero un maniaco, ma solo uno che ha voluto fare qualcosa di completamente diverso dagli altri

Il regista del documentario, Bill Tangeman, dichiara di essersi appassionato all’impresa fin da quando ne è venuto a conoscenza, nel 2004, e di aver subito pensato di realizzare un documentario al riguardo, ritenendola molto particolare e interessante.

Il film, oltre a riprendere il viaggio di Winter, i suoi pensieri e i suoi stati d’animo (immaginate come doveva essere tranquillo dopo aver bevuto 29 caffè), include interviste a svariate persone che si sono trovate, per caso, all’interno di uno dei tanti Starbucks Store filmati nell’impresa.

Sul sito ufficiale del film, Starbucking Movie, maggiori informazioni e video al riguardo.

[Via Excite]

04/18/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Coffee, Starbucks Fan, Starbucks Store, Varie, Video, YouTube | 1 Comment | Share This

Gli italiani ed il loro rapporto con il caffè

Starbucks [Instambul]

E’ sempre e solo una questione di gusti, lo sappiamo tutti: “un espresso, per favore”! “Per me un americano, grazie”, frasi recitate milioni di volte al giorno, in bar, ristoranti e coffee points di tutto il mondo; con tutte le variazioni sul tema, questo è chiaro: corretto, molto ristretto, con acqua calda a parte, e chi più ne ha più ne metta. Perché anche il caffè sta cambiando immagine, come tutti i prodotti di consumo, moltiplicando i propri modi di esser consumato, sorseggiato e gustato…dal brusco gesto di un business man in ritardo che ingurgita una tazzina formato Barbie in due secondi netti, espressamente (Illy?!), a chi invece dedica alla propria pausa un po’ più di tempo, forse utilizzando questo antico intruglio nero più come scusa per una dolce pausa che altro.
Il caffè come i panini, insomma: la sua globalizzazione, la sua estensione a livello mondiale non ci deve spaventare, e questo lo diciamo soprattutto rivolgendosi ai nostalgici italiani della tazzina e della moka che inorridiscono ogni volta che, recandosi all’estero, trovano il loro intruglio un po’ meno nero e un po’ più annacquato del solito, e sono sempre indecisi se lasciarne lì metà per il solo gusto di snobbare una tradizione chiaramente diversa dalla nostra: una tradizione, per esempio, dove il cappuccino si prende come bevanda che accompagni un pasto caldo, o dove il caffè ha più la parvenza (e la stessa quantità, se non maggiore) di una tazza di thé nero che di tossico espresso concentrato. E con questo non vogliamo metter in cattiva luce la nostra fama, già arci-nota in tutto il mondo, di amanti del caffè espresso, ma semplicemente ricordare al signor Andrea Illy che è inevitabile il moltiplicarsi delle modalità di assunzione della bevanda che lui si ostina a rivendicare come tipica italiana –qualcuno gli hai mai detto che le piantagioni di caffè non hanno mai trovato terreno fertile nel nostro paese?-.
La globalizzazione ha già conquistato anche il mondo del caffè, e di certo è inutile, nonché improduttivo, prendersela per un uso “improprio” dei termini “espresso”, “latte” o “frappuccino” dal momento che anche gli italiani usano, ancora più impropriamente, una quantità spropositata di inglesismi; e poi, perché farne una questione di proprietà linguistica, quando il vero motivo che giace sotto alla questione è che l’italiano medio si sente colpito nell’orgoglio quando il caffè non corrisponde alle proprie “ristrette” aspettative? Cosa dovrebbe dire dunque un inglese in vacanza in Italia quando, ordinando un Earl Grey all’ora del thé in un bar elegante del centro di Milano, si vede arrivare una teiera mezza piena, o ancor peggio, una tazzina (da caffè) appena riempita di acqua calda?
Paese che vai, gusto che trovi…Peccato però che gli italiani debbano trovarsi in terra straniera per compiere il sacrilego gesto di gustare un buon caffè in un bicchiere di cartone marchiato Starbucks o per assaporare un cremoso e appagante “Frappuccino” -termine ibrido, a detta del nipote Illy, poiché identifica il cappuccino con una bevanda che non ha niente a che vedere con quella tipica italiana. Questo si chiama orgoglio nazionale: dov’è la tanto auspicata massificazione dei prodotti di consumo, a cui Andrea Illy punta nel diffondere i suoi coffee-points in tutto il mondo, se la scambio tra paesi non è equo…e solidale? Perché un americano può, nel proprio paese, sorseggiare caffè delle pregiate torrefazioni triestine da una tazzina –dobbiamo ammetterlo- dal simpatico design, quando un italiano deve auto-esiliarsi in Svizzera per concedersi la più vicina pausa Starbucks?
Il problema va però oltre il semplice paragone tra tazzina in ceramica e cartone usa e getta –che rimane comunque più igienico-; va oltre la quantità più o meno generosa di liquido servito: qui si tratta di una concezione del luogo pubblico che in Italia fatica ancora ad arrivare (non è mai arrivata, a dir la verità), concezione per cui la tanto ambita e amata pausa caffè cambia volto, soddisfando anche chi preferisce thé, frappé, dolcetti, o addirittura quel mix proibito di frappé e cappuccino chiamato scherzosamente “Frappuccino”…Ma non solo: questi nuovi coffee shops americani (i.e., Starbucks), che Illy definisce suoi concorrenti globali inducendoci a pensare ad essi come ad anonimi fast-food, sono così accoglienti, sia d’immagine che di fatto, che il consumatore che ben li conosce non può far a meno di apprezzarli.
Punteggiano letteralmente le città come tanti luoghi di approdo, costeggiando i più svariati percorsi del consumatore-tipo: ci si può fermare andando al lavoro, sostando da turista, tra uno shopping e l’altro…. Creati per una vita metropolitana, dove la pluralità di usi e consumi è ormai all’ordine del giorno, sono presenti anche nelle città di medie dimensioni: l’idea è infatti che, come i fast-food, si adeguino ai gusti e alle esigenze di tutti (possibilità di consumare in-loco o take away, grazie ad un rapido servizio ed ai comodi bicchieri d’asporto con coperchio); con la piccola differenza, che fa la differenza, di un atmosfera ben lontana dai frenetici fast-food, dove anche chi consuma seduto si abbuffa in poco tempo e scappa in un batter d’occhio. Non c’è niente di “fast” in chi si rilassa su una poltrona della catena Starbucks aspettando semplicemente la propria decisione di alzarsi ed andar via, indipendentemente da quando si è terminata la consumazione…Niente di “fast” quando si può decidere di studiare in un luogo pubblico che non sia una biblioteca, sorseggiando una tazza di caffè in totale tranquillità e tuttavia mai in solitudine…Niente di “fast” quando ci viene offerta la possibilità di connetterci a internet o leggere un libro –anche in prestito dal punto vendita-, accoccolandosi sulla poltrona quasi come se ci si trovasse nel proprio salotto di casa…E soprattutto, niente “food” dei fast-food, perché Starbucks conduce da anni una politica di Fair Trade tesa a solidarizzare con i produttori di caffè e a favorirli nella scelta del prezzo più equo per entrambe le parti..
Non stiamo cercando di difendere a spada tratta gli interessi e l’immagine di questa catena: è una multinazionale, e come tutti i mercati che rientrano in questa categoria, e non solo, è soggetta a logiche di profitti gestionali, economici, politici e di valuta. Tuttavia, in una società che non può più prescindere dai consumi di massa, è poco furbo non scovare, all’interno di questo fosco groviglio della legge di domanda e di offerta, qualcosa che ancora sia capace di salvare alcuni valori sociali, etici e umani: uno spazio pubblico multifunzionale che ricalca una concezione già presente in molti paesi stranieri, per cui si può vivere il luogo di studio-lavoro (università attrezzate e sempre aperte), studiare e lavorare in un luogo vivo (mediateche, musei interattivi) e fondere infine il tutto in uno spazio la cui valenza aggregativa è spesso sottovalutata, soprattutto nel nostro paese (i.e., Starbucks).
Per questo, le sottili ma taglienti prese di posizione del signor Andrea Illy nei confronti dei colossi americani in questione ci sembrano un po’ azzardate e fuori luogo, e ci pare che vadano oltre il semplice confronto di mercato o le abitudini di consumo di ciascun paese; il suo tentativo passato di proteggere legalmente il termine “espresso”, come se fosse un marchio anziché un nome comune dato dal nonno Francesco nel 1930 alla nuova modalità di preparare la bevanda, ci sembra, oltre che ridicolo, una pericolosa presa di posizione del tutto italiana. Il nostro paese ne esce rigido nelle sue abitudini alimentari e sociali, orgogliosamente nazionaliste, e di conseguenza restio ad accogliere una nuova proposta di spazio urbano che, pur essendo cresciuta ormai a scala globale, riesce tuttora nell’intento di salvare una propria immagine individuale, simbolica e di qualità.
Purtroppo e’ facile parlare di consumismo quando si citano le grandi catene ristoratrici, quando la domanda è effettivamente elevata e la produzione è all’altezza di rispondere a dovere: tuttavia, perché generalizzare la ben nota etica consumistica americana a tutto ciò che l’America sforna, riferendosi a tutti i suoi prodotti con un’accezione espressamente negativa? Illy si vanta nel contrapporre a una logica per lui massificante e commerciale la sua idea di installare esclusivi Illy bar in tutto il mondo, a partire proprio dagli Stati Uniti: ci preannuncia che questi punti vendita chiamati “Espressamente” –il nome non ci meraviglia- saranno vere e proprie boutiques di moda, con arredi di grido e location di primo piano, e che combatteranno insieme agli altri piccoli produttori italiani, Segafredo e Zanetti, per diffondere i gusti e i marchi del nostro paese.
Fin qui, strategie di mercato: piccole e grandi catene, concorrenza di prezzi e di prodotti; tuttavia facciamo attenzione, caro Signor Illy, all’immagine di un marchio che, come dichiara lei, ricalcherà lo stesso approccio di Gucci o Armani nel confronto con le altre boutique di moda: non solo si parla di caffè e non di vestiario, ma anche la trita e ritrita figura di un’Italia culla mondiale della moda gioca un ruolo infertile nel far breccia sul consumatore medio di caffè: evitiamo di ricadere sempre nei clichés che fanno dell’Italia un paese che ama cristallizzarsi nella propria immagine senza mai saperla rinnovare: al di là dei gusti e degli interessi economici, giace infatti un terreno che, pur senza dover rinunciare alle proprie tradizioni, richiede a gran voce di esser aperto non tanto ad un’inutile massificazione del lusso, come dichiara Illy, bensì ad un’apertura dello spazio pubblico in grado di richiamare le masse verso una pluralizzazione e una multifunzionalità del luogo di aggregazione; solo così, forse, potremo compiere quel lento cammino che ci porta a sentirci cittadini del e nel mondo anche a casa nostra, senza calpestare per questo la nostra identità italiana.
Non basta un caffè espresso a renderci italiani: questo, almeno a noi, risulta chiaro.

—L’articolo è stato scritto fra i commenti di un post di questo blog da Gaia Zamburlini

04/12/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Coffee, Starbucks Products, Starbucks Store, Varie | 1 Comment | Share This

Distributore automatico di caffè Starbucks

With a simple swipe of a payment card (or with cash), a high-quality, hot latte or hot cocoa is served up in a ready-to-drink package in less than a minute. Utilizing proprietary packaging, each hot beverage will come in a convenient 9-fluid-ounce recyclable steel can with an insulating label, designed to keep the beverage warm, enjoyable, and still comfortable to the touch

Starbucks sta pensando di mettere, in un futuro, in quei posti in cui gli sarebbe difficoltoso aprire un vero e proprio locale, come nelle università o in alcune stazioni ferroviarie, dei distributori automatici che permettano di ricevere, in meno di un minuto, alcune delle bevande calde fornite nei normali Starbucks Store, quali Caffe Latte, Vanilla Latte, Caffe Mocha, Caffe Mocha Light, e Hot Cocoa.

L’idea non sembra male, anche se di certo avere un distributore automatico sotto casa non è la stessa cosa che entrare in un Bar Starbucks vero e proprio…

04/05/2007 | Coffee, Starbucks, Starbucks Coffee, Starbucks Products, Starbucks Store | No Comments | Share This

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